Gli affreschi

Dall’inizio degli anni Ottanta, Ance Venezia ha la sua sede a Venezia a palazzo Sandi, in Corte de l’Albero a Sant’Angelo. Questo imponente edificio sorge sull’area di una casa di minori dimensioni che, nel 1665, venne acquistata da Vettor Sandi, un avvocato di origini feltrine. Suo figlio Tommaso, che le fonti ricordano come «avvocato non meno illustre, e celebre» del padre, verso il 1770 affidò la ricostruzione dell’edificio a uno dei più importanti architetti del tempo, il luganese Domenico Rossi.
I lavori della nuova dimora dei Sandi furono completati nel 1724 e Giambattista Tiepolo fu chiamato a realizzare la decorazione pittorica del salone del primo piano e il suo affresco che decora il soffitto del salone rappresenta indubbiamente la gemma del palazzo.
‘Si tratta di un’opera che, secondo il parere condiviso della critica, segna il culmine dell’attività giovanile del pittore, destinato a diventare, negli anni a venire, il più celebrato artista dell’intera Europa.

L’affresco di Palazzo Sandi è tradizionalmente noto col titolo di Potere dell’Eloquenza, che peraltro rispecchia solo in parte quanto vi è effettivamente raffigurato. Il soffitto del salone si apre su un cielo azzurro assai caricato, dove in un rutilante gorgo di nubi giallastre, appaiono le figure di Minerva, dea della Scienza, e di Mercurio, dio dell’Eloquenza.
Le quattro scene mitologiche principali sono invece disposte sui lati del rettangolo: in esse sono narrate le vicende di Orfeo che conduce Euridice fuori dall’Ade, di Ercole che incatena con la sua lingua Cercope, di Anfione che col potere della musica fa sì che le mura di Tebe si costruiscano da sole e di Bellerofonte montato su Pegaso che uccide la Chimera.
Risulta evidente che una sola delle scene – quella di Ercole, che deciderà di liberare i cercopi, che avevano tentato di sottrargli le armi, perché particolarmente divertito dai loro versi poetici – ha uno stretto riferimento con l’eloquenza, mentre altre due – gli episodi di Orfeo che riesce a convincere col suono della sua musica gli dei degli Inferi a liberare l’amata Euridice e di Anfione che grazie alla stupenda bellezza della sua musica riesce a convincere le pietre a posizionarsi da sole fino a comporre le nuove mura di Tebe, si riferiscono a essa solo in senso lato, dato che non è la voce umana, ma la musica prodotta dall’uomo che vince le forze della natura. Il quarto episodio, incentrato sulla vicenda del mitico eroe corinzio Bellerofonte che, montato su Pegaso, il cavallo alato domato soltanto grazie alle briglie dorate donate da Minerva, che hanno permesso all’eroe di rendere docile l’animale, uccide la terribile Chimera, che terrorizzava la città di Tirinto, non ha invece alcun rapporto con l’eloquenza e costituisce, come d’uso nel Settecento, l’evidenziazione di un exemplum virtutis.
Questo affresco risulta particolarmente importante, oltre per quanto detto sopra, per almeno altre due validissime ragioni. La prima è che nella sua ideazione – anticipata dal vivacissimo schizzo preparatorio ora conservato alla Prince’s Gate Collection della Courtauld Institute Galleries di Londra – Tiepolo definisce la struttura compositiva tipica delle sue grandi decorazioni a soffitto: in futuro, infatti, Giambattista si avvarrà spesso di uno schema compositivo del tutto analogo a quello utilizzato per la prima volta a palazzo Sandi, collocando un gran numero di figure sul bordo esterno della scena e lasciando al centro grandi cieli azzurri, popolati di colta in volta, di divinità mitologiche, di eroi della storia antica, di figure sacre. (….)
Ma questo Trionfo dell’Eloquenza diviene estremamente importante anche perché è proprio nella sua realizzazione che Tiepolo compie un passo decisivo verso la definitiva assimilazione delle tecniche pittoriche tipiche di quel pittore che è stato il maestro ideale di un’intera generazione di artisti settecenteschi, Paolo Veronese. In questo affresco, infatti, Giambattista ricorre per la prima volta all’uso delle «ombre colorate» tanto spesso usate da Paolo: si veda, ad esempio, come sul vivacissimo ed espressivo volto del bambino, che sbuca al di sotto del mantello di Anfione, rivolgendo lo sguardo verso chi entra in sala, si rifletta il riverbero del blu del manto che l’eroe mitologico indossa.
Inizia insomma a palazzo Sandi quel percorso che porterà Giambattista a diventare – come ebbe acutamente a scrivere un contemporaneo – il «Veronese redivivo». Rispetto a tutti gli altri pittori della corrente «chiarista», che hanno guardato in particolare al mondo veronesiano, Tiepolo è l’unico che non si limita ad un generico schiarimento dei colori, ma riesce a carpire, nel tempo, i più intimi segreti della tecnica pittorica di Paolo, le «ombre colorate», come si è detto, ma anche la giustapposizione dei colori complementari.
La sala principale dei primo piano di palazzo Sandi conserva tuttora il fregio opera di Nicolò Bambini dipinto a monocromo che corre ininterrotto sulla parte alta della parete, sotto l’affresco. Vi appaiono, in una composizione estremamente animata e violenta, animali feroci, centauri che si combattono, una femmina che viene aggredita, satiri, un cavallo sbrigliato: il tema trattato è quello della Lascivia, dell’emergere delle forze naturali non controllate dall’azione umana, a sottolineare il valore della vittoria riportata dalla civiltà della parola e della virtù in generale, raffigurata nell’affresco di Tiepolo, sul caos primitivo.
Altre cinque tele componevano l’arredo della sala, collocate all’interno delle cornici a stucco tuttora esistenti. Di esse, tolta d’opera negli anni venti del secolo scorso (…), tre spettano a Tiepolo e due al Bambini. Entrando nella sala, a destra, si incontrava dapprima la tela raffigurante le Tre Grazie, opera del Bambini; poi, sulla parete lunga, la scena di Coriolano davanti alle porte di Roma, opera dello stesso pittore. La parete successiva a quella verso il rio che, essendo aperta in un finestrato continuo, non aveva decorazione pittorica, ospitava la tela che raffigurava Ulisse che scopre Achille tra le figlie di Nicomede, opera di Giambattista Tiepolo, come anche le due originariamente collocate sulla parete successiva, prima della porta di accesso, raffiguranti rispettivamente Ercole che uccide Anteo e Apollo che scortica Marsia. Evidentemente anche le vicende narrate in queste tele si collegano all’affresco a soffitto, a formare un insieme omogeneo dal punto di vista tematico volto a esaltare l’eloquenza – dote fondamentale dell’avvocato committente del Tiepolo – e a sollecitare una vita virtuosa. Coriolano viene dissuaso dalla moglie e dalla madre a mettere a ferro e fuoco Roma, e Ulisse convince Achille ad abbandonare il comodo rifugio e i piaceri che lì aveva trovato per portarlo a combattere sotto le mura di Troia; dei dipinti di minor formato, quello incentrato sul mito di Apollo e Marsia rimanda ancora alla forza della musica, mentre la scena di Ercole e Anteo mostra una delle più famose imprese dell’eroe virtuoso per eccellenza. Si stacca dalla tematica comune l’immagine delle Tre Grazie dipinta dal Bambini, dove peraltro, nel cielo, accanto a Venere, appare ancora raffigurato Mercurio, presente anche nel soffitto nel ruolo di dio dell’Eloquenza”.

Il virgolettato è tratto dal volume Ance Venezia 1945-2005, nel capitolo Le sedi dell’Associazione, curato da Filippo Pedrocco, già direttore di Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano

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